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VOX PATRUM 24 (2004) fasc. 46-47

 

ARTICLES 

[ABSTRACTS]

 

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Rev. Antoni PACIOREK
THE PERSON OF ST. PETER IN THE GOSPEL OF MATTHEW


The author of this work tries to answer the question: "what picture of St. Peter is showed by the first Gospel?". It appears that the figure of St. Peter is not changed meaningly in texts taking over from Mark's version (4, 18; 8, 14nn; 6, 18; 16, 23; 17, 1-8; 26, 33; 26, 69-75) by Matthew. Meaning of describing events is the same in both cases though a little changes emphasizes the role of Apostles' Prince. In the other hand, missing by Matthew Mark's texts about Peter (Mk 1, 36; 5, 37; 13, 3; 16, 7) is not the trial of decreasing the role of St. Peter. There are three novelty Matthew's texts in view of St. Peter's person. These texts don't run parallel to synoptics' words. There are: going to Jesus on the water (14, 28-31), confession somewhere Caesarea Philippi way (16, 16-19) and the matter of temple taxes (17, 24-27). The most suggestive is the person of St. Peter in the fundamental texts for Matthew Mt 16, 17-19. It is obvious that meaning and priority of St. Peter comes down from earth activity of Jesus.

Henryk KOWALSKI
PONTIFEX MAXIMUS IN ROMAN'S RELIGION AND STAT


The function of pontifex maksimus belonged to the most important posts in Roman’s religion and state. Roman tradition attributed its establishment to the second king: Numa Pompilius. The name itself, is probably derived from two words: pons and facere. According to modern scientists, at the beginning, he was only a chairman of the college of pontifices, with time this post had more religious and political meaning. Pontifex maximus had great religious prerogatives, however, it was limited, at the beginning, by other priests, officials and senate. The importance of this post grew with its politicization. This fact was used by Caesar to strengthen his power. At the same time, religious competences and accumulation of priest’s functions became one of the signs of its charismatic power that formed basis for future deification. Direction of those changes was perpetuated be Caesar August. Since his times, the function of pontifex maximus as the highest priest, has become one of the foundations (besides imperium maius and tribunicia potestas) of the power of princeps. The fact that it was joined with the membership in all most important priests’colleges, gave it, in fact, unlimited supervision over all religious matters and, at the same time, it strengthened the political power. The spread of Christianity in the IV century AD didn’t bring any changes at the beginning, emperors still used these titles. The title of pontifex has been gradually used by Popes since emperors: Gracianus and Theodosius.

Rev. Waldemar TUREK
LA "PRIMA CLEMENTIS": IL PRIMATO DEL VESCOVO DI ROMA NELLA RICERCA PATRISTICA CONTEMPORANEA


La Prima Clementis scritta negli ultimi anni del primo secolo ha suscitato un vivo interesse filologico, storico e teologico, come dimostrano vari studi apparsi in diversi ambienti nel secolo scorso. Molti autori dedicarono la loro ricerca ai vari aspetti della Lettera concernenti l’intervento di Clemente Romano nella vita della comunità di Corinto, mettendo in evidenza il tema del primato del vescovo di Roma. Un’analisi attenta dei vari elementi esaminati dimostra comunque come siamo lontani dalle soluzioni definitive circa il concetto di gerarchia ecclesiastica presentato nell’opera e, in modo particolare, circa la posizione ed il ruolo del vescovo di Roma. Va comunque osservato che gli autori protestanti si soffermano soprattutto sugli aspetti filologici della Lettera, mentre gli autori cattolici, non trascurando questo tipo di ricerca, prendono in considerazione in maniera più puntuale il contesto storico-teologico in cui la Prima Clementis fu scritta. Essi vedono poi nell’opera un segno, piuttosto chiaro, della coscienza di responsabilità di Clemente per tutti i fedeli.

Rev. Leszek MISIARCZYK
IL PRIMATO DELLA CHIESA O DI VESCOVO DI ROMA NELLE FONTI CRISTIANE DEL SECOLO II


Nella riflessione sul primato della Chiesa o del Vescovo di Roma nel II secolo è necessario distinguere il fatto di riferire il primato da altre communità ecclesiastiche di allora alla Chiesa o al Vescovo di Roma dalla consapevolezza del primato della stessa Chiesa di Roma o dei suoi Vescovi. Nel II secolo, come ci è stato trasmesso dalle fonti cristiane antiche, il primato veniva riferito alla Chiesa o al Vescovo di Roma da Ignazio di Antiochia, Egesippo e Tertuliano, invece Lettera ai Corinzi di Clemente e la controversia riguardante la data della celebrazione di Pasqua testimoniano appunto la crescente consapevolezza del primato nella Chiesa e nei Vescovi di Roma.

Ignazio di Antiochia nella sua Lettera ai Romani riferisce la presidenza alla Chiesa di Roma (non al Vescovo) e la intende come la presidenza nella vita spirituale e religiosa di tutta la Chiesa. Non si può escludere che questa comprendeva anche le questioni di fede e dei costumi cristiani, e se fosse proprio così, il nostro testo testimonierebbe l’esistenza del primato della Chiesa di Roma (non del Vescovo) nell’insegnamento della fede e dei costumi. Ci mancano peró i dati per confernare o rifiutare ulterioremente una tale ipotesi. Ho proposto quindi di rileggere la testimonianza di Ignazio alla luce del Vangelo di Giovanni 21 con le famose domande di Gesù a Pietro sull’amore più grande. Non è completamente da scartare l’ipotesi che Ignazio avendo in mente questo testo giovanneo avesse descritto la Chiesa di Roma come chiamata all’amore più grande per il Signore di tutte le altre Chiese. Pare invece poco probabile che Ignazio il suo prokaqhmenh tÁj ¢g£phj abbia inteso nel senso del primato di giurisidizione della Chiesa di Roma sulla Chiesa universale.

Egesippo, pur riportando la lista delle successioni dei vescovi „in ogni città” come completa cita soltanto quella dei vescovi di Roma. Questo fatto indica che egli considerava la succesione dei vescovi romani come lugo privileggiato per la trasmissione della tradizione apostolica. Tertuliano nel De praescriptione haereticorum tratta la Chiesa di Roma come trasmittore della tradizione apostolica uguale ad altre chiese e non la vede come superiore o in qualche modo privileggiata. Invece il frammento del trattato De pudicitia che riguarada la discussione sul potere della Chiesa sui peccati irremisibili (omicidio, adulterio, apostasia) è molto più complicato. L’avversario a cui Tertuliano si rivolge con questo testo si riferiva alla potestas solvendi et alligandi conferita da Cristo a Pietro e attraverso lui a tutta la Chiesa. Non è facile però rispondere alla domanda chi fosse l’autore del famoso editto perentorio. Alcuni studiosi sono del parere che si tratta del papa Callisto, altri che del vescovo di Cartagine Agrippino. Se l’editto fosse stato quello del papa Callisto allora avremmo qui una delle più antiche testimonianze del primato di giurisidizione del Vescovo di Roma sulla Chiesa universale in materia della prassi penitenziale. La questione tuttavia rimane per ora ancora molto discussa. Nel contesto della controversia sulla data della celebrazione di Pasqua l’annuncio del papa Vittore di voler scomunicare le chiese di Asia Minore sarebbe la più antica e sicura testimonianza della consapevolezza di una responsabilità giuridica del Vescovo di Roma sulla Chiesa universale. Non si tratta ovviamente della resposnabilità giuridica intesa nel senso odierno, ma merita di essere sottolineato il fatto che nessuno dei vescovi d’allora mette in discussione il diritto di Vittore di scomunicare i cristiani di Asia Minore. S. Ireneo, grande vescovo di Lione soltanto glielo sconsiglia.

Anna ZMORZANKA
LA POSITION DE PIERRE DANS LES TEXTES GNOSTIQUEST


Dans le présent article l’auteure fait l’analyse de sept ouvrages dans lesquels apparaît le personnage de Pierre. Ces ouvrages peuvent être répartis en trois groupes. Dans le premier groupe (l’Évangile selon Thomas, l’Évangile selon Marie) Pierre est présenté en tant qu’auditeur de l’enseignement de Jésus/Sauveur. Dans le deuxième (La lettre apocalyptique de Jacques, l’Apocalypse selon Pierre, Pistis Sophia) il est présenté en tant que témoin du mystère. Dans le troisième (Les actes de Pierre et des douze apôtres, La lettre de Pierre à Philippe) en tant que dirigeant d’une communauté (gnostique). Dans la conclusion, on fait observer qu’il existait chez les gnostiques un courant faisant appel à l’autorité de Pierre comme membre de l’Église des Parfaits/Choisis et en tant que témoin de la révélation secrète du Sauveur. Ce courant se référait aussi à la tradition de Matthieu.

Rev. Wincenty MYSZOR
IRENÄUS VON LYON ÜBER DIE BEDEUTUNG DER KIRCHE IN ROM


Durch die Untersuchung der wichtigsten Übersetzungen des Adversus Haereses III 3, 1-3 versucht man den theologischen Kommentar und das Verständnis des Textes aufzudecken. Dazu hilft auch die griechische Rückübersetzung in „Sources Chrétiennes” (L. Doutreleau und A. Rousseau). Die Autorität der römischen Kirche besteht auf der Gründungsautorität (Apostel Petrus und Paulus) und  auf die allen Christen bekannte apostolische Lehre gegenüber der gnostischen, geheimen Meinungen.

Rev. Mariusz SZRAM
LE PAPE PONTIEN ET LA QUESTION D’ORIGÈNE


Sur la base de sources patristiques (livre VI de l’Histoire ecclésiastique d’ Eusèbe de Césarée; Lettres, De viris illustribus et Apologia contra Rufinum de Jérôme; De adulteratione librorum d’Origène; Bibliothèque de Photius), l’auteur essaie de trouver une réponse à la question de savoir quelle put être la participation de l’ évêque de Rome, Pontien (230-235), au conflit provoqué par l’ordination sacerdotale d’Origène. Son analyse concerne une phrase-clé de la Lettre 33 de Jérôme: „Damnatur a Demetrio episcopo; exceptis Palaestinae et Arabiae et Phoenices atque Achaiae sacerdotibus, in damnationem eius consentit orbis; Roma ipsa contra hunc cogit senatum non propter dogmatum nouitatem, non propter heresim, ut nunc aduersum eum rabidi canes simulant, sed quia gloriam eloquentiae eius et scientiae ferre non poterant et illo dicente omnes muti putabantur”. L’auteur de l’article discute certaines opinions du livre de Pierre Nautin, Origène. Sa vie, son oeuvre (Paris 1977). Il établit une liste des points problématiques nés du texte de Jérôme: l’obscurité de la constatation in damnationem eius consentit orbis; la question de savoir pourquoi l’évêque de Rome fut informé de la décision du synode Alexandrin contre Origène; la signification du terme senatus, et le genre de décision pris par cette assemblée. Outre son essai de réponse à ces questions, l’auteur émet deux hypothèses:

1) La réaction de Rome et la convocation d’un synode (senatus) concernant Origène furent probablement provoquées par un reproche d’hétérodoxie à l’encontre de sa doctrine (ce qu’ Eusèbe passe sous silence). Cela devait apparaître dans la lettre envoyée aux évêques par Démétrius, à côté de deux autres reproches mentionnés par Eusèbe: l’acceptation de l’ordination sacerdotale sans accord de l’évêque et la prétendue castration.

2) L’appui prêté à Origène par certains évêques, après la désapprobation que leur avait manifestée Pontien pour n’avoir pas soutenu la décision de Démétrius contre Origène, témoigne d’une autonomie des Églises d’Orient dans le domaine juridique et disciplinaire (et peut-être même doctrinal, si la réaction de Pontien concernait aussi l’enseignement d’Origène). Il démontre également qu’un désaccord sur ces questions entre des évêques et l’évêque de Rome n’était un phénomène ni isolé ni extraordinaire dans la première moitié du IIIe siècle.

 

Rev. Piotr SZCZUR
SAINT CYPRIEN PAR RAPPORT À ÉVÊQUE DE ROME

 

Une bonne partie de la correspondance de saint Cyprien concerne Rome, soit qu’elle s’adresse à son évêque, soit qu’elle en parle. D’autre part, l’ecclésiologie de saint Cyprien accorde à Pierre, en qui elle voit l’origine de l’unicité du pouvoir épiscopal, une antériorité chronologique sur le collège apostolique qui jouit du même pouvoir mais le reçoit après. Il faut bien préciser qu’en tout état de cause, Cyprien ne reconnait pas à Rome un „primat” au sens actuel du terme. Tout évêque est fondé sur Pierre et possède le même pouvoir que celui de Rome. Il ne concède à aucun évêque un „superépiscopat”. Il n’y a pas „d’évêque des évêques” (Ep. 66, 3). Le Primatus de Pierre n’est pas, pour Cyprien, une primauté de commandement; il est pourtant un droit d’ancienneté qu’il ne nie pas. L’Èglise de Rome est principalis, matrix et radix, parce que le Christ a fait de Pierre l’origine de l’unité et le signe de cette origine. La comparaison les deux versions du chapître IV De unitate catholicae Ecclesiae porte à quelques conclusions: 1. Les deux textes ont fundamentalement le même sens, mais il paraît manifeste qu’elles s’adressent à deux auditoires différents. 2. Pierre et tous les apôtres sont égaux dans l’épiscopat. 3. Pierre est, par son droit d’aînesse, l’origine de la monarchie épiscopale en chaque église. 4. Le pouvoir que reçoit chacun des apôtres a une structure déterminée: il est monarchique (car chacun succède en son lieu à Pierre), et il est collégial (car tous ensemble héritent d’un pouvoir indivis). L’unité de l’Église repose sur la communion dans la charité de tous les évêque regroupés autour de l’Église principale, non sur les liens juridiques, hormis le principe de l’épiscopat monarchique.

Rev. Wies³aw GALANT
DIE WAHL DES BISCHOFS VON ROM BIS ZUM IV. JAHRHUNDERT


Die Wahl des Bischofs von Rom immer wieder ein Ereignis ist, dem die Kirche besonders viel Achtung und Sorge widmet. Zu diesem Thema haben sich alle Päpste XX (zwanzig) Jahrhunderts in entsprechenden Dokumenten geäußert. Auch Johann Paul II hat sich mit dieser Frage in einer getrennten Apostelkonstitution beschäftigt; ihr lateinischer Titel ist: Universi Dominici gregis. Im Punkt 84. dieses Dokuments stellt der Papst fest: „ [...] Die Wahl des Hauptes der Kirche ist heutzutage in gewissem Sinne als eine Handlung der ganzen Kirche zu kennzeichnen”. Wenn es tatsächlich so ist, erscheint uns die Thematik, die mit der Wahl der Nachfolger des Heiligen Petrus verbunden ist, sehr aktuell und bedarf einer eingehenden Interpretation. Diese Thematik ist übrigens sowieso sehr interessant und wird jeweils bei der Wahl eines neuen Papstes immer wieder heftig diskutiert. Apostel Peter hat als der einzige Mensch die Wunderwahl selber erfahren. Es kam aber ein Zeitpunkt, an dem sein Posten von einem anderen Menschen übernommen werden mußte. Es gab damals keine fertigen Vorschriften, die die Wahl seiner Nachfolger geregelt hätten. Im dieser Artikel können wir beobachten, wie diese Vorschriften erst langsam entstanden sind. Wir entdecken ihre Quellen in der Heiligen Schrift, in der jungen Tradition der Kirche sowie auch in den Rechtsgewohnheiten der Römer.

Rev. Antoni ¯UREK
RAPPORTI FRA IL PATRIARCATO ANTIOCHENO E LA ROMA PAPALE NEL I-IV SECOLO


Il vescovo antiocheno fin dall’inizio del cristianesimo svolgeva un ruolo importane nella regione orientale ed in tutta la Chiesa antica. L’importanza di questa sede vescovile risultava dalla sua provenienza (fondata dagli Apostoli) e dal fatto d’essere un capoluogo dell’Oriente. Il concilio di Nicea riconferma ad Antiochia i privilegi di una sede principale, insieme ad Alessandria, Roma e Gerusalemme. Fino alla „scisma antiochena” del IV secolo le reciproci rapporti fra il patriarcato antiocheno ed il vecovo di Roma furono pieni di rispetto. Durante la scisma i vescovi ortodossi antiocheni cercavano l’appoggio a Roma. Il papa si sentiva obbligato ad intervenire ma con scarsi successi. Nell’articolo viene esaminata la natura ed i motivi degli interventi del vescovo di Roma negli affari antiocheni.


Rev. Andrzej UCIECHA
LA POSITION DE SAINT PIERRE DANS LES ŒUVRES D’APHRAHAT LE SAGE PERSAN ET DE SAINT EPHREM LE SYRIEN 

L’auteur de cet article relève le problème peu élaboré dans la littérature patristique d’aujourd’hui. Il s’agit d’une réflexion sur le sujet de la position de saint Pierre dans les œuvres d’Aphrahat le Sage Persan et de saint Ephrem le Syrien. Une courte analyse de ce thème nous permet de constater d’abord que les résultats des recherches d’autrefoi dévoilent l’influence d’une tendance apologétique très forte. Dans leurs commentaires des paraboles et des images biblique Aphrahat et Ephrem scrutent les motifs de la vocation et les dévoirs de la responsabilité de Pierre. Il en résulte que sa position particulière, disons primat, parmi les Apôtres ne concerne que sa persone.


Rev. Stanis³aw LONGOSZ
S. ATHANASIUS ALEXANDRINUS ET EPISCOPI ROMANI


Hac in dissertatione, quae duabus partibus constat, de relationibus mutuis inter duas episcopales sedes apostolicas Alexandrinam ac Romanam tempore Athanasii tractatur. In parte priore de origine apostolica atque loco episcopi Ecclesiae Alexandrinae necnon coniunctionibus Ecclesiae Alexandrinae cum Romana ante episcopatun Athanasii enarratur, in altera autem relatio huius episcopi ad papas Romanos (Silvestrum, Julium, Liberium et Damasum) sub aspectu auctoritatis atque primatus peculiariter exponitur.


Rev. Norbert WIDOK
PATRES CAPPADOCII ERGA ROMAE EPISCOPUM. DE BASILII MAGNI OPINIONE


Hac in dissertatione de vinculis inter episcopos occidentales et Basilium tractatur. Ille inter octo ministerii pastoralis annos multiplicer ad episcopos occidentales, quoque ad Romae episcopum, se advertebat. In Oriente praecipue Arii sectae vigebant et Ecclesiae locales in communione non erant, atque Ecclesia in Antiochia est divisa. Quamobrem Basilius adiuto­rium inveniendum petebat in Occidente. Damasus, Romae episcopus, et alii episcopi occi­dentales causas rationesque, quibus Ecclesiae in Oriente occupatae sunt, comprehendere non potuerunt. Basilius ad communionem inter divisas Ecclesias in Oriente faciendam magna vi intendebat, potissimum cum Damaso. Quem attamen caput totius Ecclesiae non putabat, sed primum inter pares, qui magnam possidebat auctoritatem.


Rev. Krzysztof TYBUROWSKI
IL CONTRIBUTO DEL PAPA DAMASO I AL CONSOLIDAMENTO ECCLESIASTICO E CIVILE DEL POTERE DEL PAPATO


Il papa Damaso I (366-384) si presenta come uno dei più grandi pontefici nel periodo della Chiesa antica. Con la sua persona sono legati diversi avvenimeti che fecero dalla Chiesa un organismo importante e forte nel mondo antico. Da una parte grazie a lui l’insegnamento cristiano divenne più vicino al popolo (ad es. l’influsso su Girolamo a proposito della traduzione della Bibbia in latino, l’introduzione del latino alla liturgia), dall’altra invece la sua politica sia all’interno della Chiesa, sia all’esterno di lei consolidarono il potere papale sia dal punto di vista ecclesiastico sia quello civile. L’articolo presente vuole occuparsi soprattutto di quell’ultimo problema. Il rafforzamento del potere papale fu causato dalle diverse circostanze: dalle capacità personali di Damaso, dai suoi problemi personali legati sia ai tumulti dell’inizio del suo pontificato, sia dalle calunnie di cui Damaso fu oggetto, dalla situazione politica e religiosa della Chiesa nell’Impero Romano.  Con la sua persona sono legati i primi seri privilegi da parte dello stato concessi sia alle istituzioni ecclesiastiche sia al clero. Dal punto di vista religioso invece Damaso ha dei meriti notevoli nella lotta contro le eresie del suo tempo e soprattutto nell’argomentazione teologica dell’importanza della Sede Apostolica di Roma.

 


Rev. Jerzy PA£UCKI
HL. AMBROSIUS ÜBER DEN BISCHOF ROMS


Hl. Ambrosius als Bischof der kaiserlichen Stadt, war seiner außerordentlichen Rolle, welche er im ganzen Kaiserreich spielte, wohl bewußt. Trotzdem erkannte er die Autorität des Bischofs von Rom und seine übergeordnete Rolle in der Kirche an. Das Zeugnis dessen ist u.a. „ubi Petrus ibi ergo Ecclesia” im Kommentar zum Psalm 40. Als erfahrener Beamter der kaiserlichen Verwaltung und Kenner des römischen Rechts meinte er, daß die lokalen Kirchen die bestimmte Selbständigkeit u.a. in liturgischer Zeremonie genießen sollen. Dies sollte auch das Verwalten dieser lokalen Kirchen betreffen. Er schaffte Präzedenzfälle und wirkte bestimmend auf die Änderungen sowohl im kirchlichen als auch im staatlichen Recht.


Rev. Jaros³aw WOCH

IL VESCOVO DI ROMA DI FRONTE AI PROBLEMI DELLE CHIESE ORIENTALI ALLA FINE DEL IV SECOLO


Lo studio presentato in questo articolo cerca di studiare, alla base dei documenti, in quale maniera è stato realizzato il mandato petrino: “pasce oves meas”, alla fine del IV secolo. Nel modo particolare fu esaminato il pontificato di papa Siricio (384-399), specie sotto l’aspetto del suo rapporto verso le Chiese d’Oriente. Dallo studio emerge che questo vescovo di Roma era cosciente dell’incarico intrapreso, “per Dei gratiam”, di avere cura per tutte le Chiese. In modo particolare è stata analizzata la cosiddetta questione antiochena, la causa del vescovo Bonoso, del vescovo Bagadio, nonché il problema dell’istituzione del patriarcato occidentale in Oriente (Illirico). In tutti questi casi Siricio si dimostra come responsabile per la pace ed unità della Chiesa, impegnandosi sia in persona che attraverso i suoi legati.


Rev. Jan W. ¯ELAZNY
IL COLEGGIO DEI VESCOVI NELLE COSTITUZIONI APOSTOLICHE


Le Costituzioni Apostoliche presentano uno dei documenti molto significativi per la Chiesa nel IV secolo, ma anzitutto la testimonianza del tempo passato. La Chiesa, come é presentata nel libro, é una struttura collegiale, non esiste nesun primato nè personale nè uffi­ciale. Nell’asemblea parlano e discutano tutti i fedeli, anche prendendo le decisioni defini­tive. Si può dire: È presente Pietro, ma non ufficio di Pietro. I fedeli sono chiamati all’obedienza al vescovo che é indipendente in tutte le sue decisioni nel suo territorio fuorchè le situazioni in cui é l’autore di uno scandalo e quindi viene sottoposto alle decisioni del si­nodo della propria provincia. Si può trovare una gerarchia nell’asemblea ma non é una gerar­chia ufficiale; si può dire che questa gerarchia è di stampo pratico non teologico. Autorità di Tradizione Apostolica ha il caratterè costitutivo per tutti i fedeli. La Chiesa nelle Costituzioni é la Chiesa degli Apostoli, non di Pietro.


Rev. Józef NAUMOWICZ
LA GENÈSE DE LA FÊTE NATALE PETRI DE CATHEDRA


La fête Natale Petri de cathedra pouvait avoir ses origines dans un contexte d’une fête païenne de la Cara cognatio ou Caristia, qui clôturait par un banquet de la famille les six jours de Parentalia (commémoration annuelle des morts). Mais elle n’était pas une commémoration funéraire liée au martyre de S. Pierre et son culte dans les catacombes ou au Vatican. Elle célébrait plutôt s. Pierre comme garant de l’enseignement et de l’unité. En effet, le mot cathedra n’évoque pas seulement le siège vide pour le défunt dans les cérémonies funéraires, comme l’a constaté Th. Klauser, mais aussi la chair du docteur et son dignité.


Luciana M. MIRRI
GIROLAMO E I VESCOVI DI ROMA: UN RAPPORTO DI STIMA E DI COLLABORAZIONE

 [il frammento del testo]

 

Rev. Dariusz KASPRZAK
CONTACTS OF ST. PAULINUS OF NOLA WITH ROME AND ITS BISHOPS


The article aims to reconstruct on the basis of the writings of St. Paulinus of Nola both the way the famous master of Nola saw Rome and the significance of his pilgrimages there. Ancient, pre-Christian Rome is called by him the daughter of Babylon because of the pagan character of Rome and the numerous sins committed by its citizens as well. However, thanks to the presence of true believers such as Melanie or the relics of holy Apostles and martyrs like Peter and Paul, Pagan Rome becomes more the daughter of Zion and new Jeru­salem. Paulinus of Nola and Terasia, his wife, once a year traveled to their monastery in Campania, from the grave of the martyr St. Felix to Rome, on the festival of the Apostles Peter and Paul, where they usually spent 10 days. Later, as bishop of Nola, he set off to Rome earlier, just after Easter. His pilgrimage usually lasted four weeks. Besides the religious as­pect of traveling to Rome , the meetings with numerous Christian celebrities coming to the festival of the Apostles in Rome were the goal of his pilgrimage. Since the very beginning Paulinus treated his journeys as a way to establish contacts with important priests of Christian Rome. For Paulinus these meetings gave him the opportunity to propagate the monastic style of life, which he himself adopted while still in Spain.


Rev. Czes³aw BARTNIK
DIE LEHRE LEON DES GROSSEN ÜBER VORHERRSCHAFT DES PAPSTES


Leon I. der Grosse, der Papst in den Jahren 440-461, entwickelte die Lehre des römischen Zentrums über Vorherrschaft zum höchsten Grad nicht nur im Gesichtspunkt der Geschichte, der Verwaltung und Jurisdiktion, aber vor allem der Theologie. Laut dieser Theologie kommt die Vorherrschaft aus der Bibel – von Christus – hervor. Christus, der Herr der Geschichte bereitete auch den historischen Boden für die Vorherrschaft vor und für die ganze Kirche in der Form des Imperium Romanum, der Stadt Rom und auch des Amts des Cäsars. Die Vor­herrschaft ist daher die Machtfülle (plenitudo potestatis), sie bildet die Hauptströmmung der Ökonomie Gottes auf der Erde (Pontificii sacramentum). Durch den Apostolischen Stuhl durchfliesst die Hauptströmmung der Erlösung der Welt (quasi caput mundi). Er ist das Fun­damentum und Quelle aller anderen Ämter und Gnaden: per Petrum Apostolis et universae Ecclesiae und ist endlich der Schlüssel der Einheit der Kiche und Menschheit, und dadurch Garant der ewigen Dauer des Christentums. Die Kirchen, vom Petrus abgefallen, gehen zugrunde.

 

 

Rev. Arkadiusz NOCOÑ
APPELLATIO FLAVIANI AD PAPAM LEONEM (?) (Circa il potere pontificio in Oriente)


Il quesito principale circa l’esercizio del primato di papa Leone Magno riguarda il genere e la dimensione del suo potere in Oriente: fu soltanto un primato d’onore oppure anche di giurisdizione? Alcuni studiosi si dicono favorevoli a riconoscergli un primato di giurisdizione, altri risultano invece contrari a ravvisare qualsiasi forma di autorità giurisdizionale al di fuori del patriarcato romano. Nel 1882 Guerrino Amelli, bibliotecario dell’Ambrosiana, presentò l’Appellatio Flaviani ad papam Leonem, da lui scoperta, che egli stesso definì come „la più splendida testimonianza che la storia abbia registrato in favore della suprema giurisdizione della Sede Apostolica su tutta la Chiesa e la prova più convincente della sua superiorità sopra gli stessi Generali Concili”. La storicità del documento è argomento ancora aperto, ma esso apre, ad ogni modo, uno spiraglio su quella problematica dell'esercizio del primato di papa Leone Magno, che riveste ancor oggi una grande importanza nel contesto del dialogo ecumenico. Questo documento, che comproverebbe il riconoscimento al Pontefice di una responsabilità su tutta la Chiesa quale fondamento di unità dei vescovi e dei cristiani, ispira infatti il dialogo ecumenico, presentando Roma come sede di appello nelle controversie nel rispetto delle istanze intermedie. Questa tematica è tuttora vitale in campo ecumenico come forma di riconoscimento del Primato pontificio e si rádica nelle consuetudini dei primi tempi della vita della Chiesa.


Rev. Jan W. ¯ELAZNY
LA LETTERA DI TEODORETO RIVOLTA AL PAPA LEONE


La lettera di Teodoreto rivolta al Papa Leone, chiamato il Grande, è un apellatio. Il vescovo di Ciro, quando fu condannato durante il sinodo nel Efesio nell’anno 449, fu co­stretto a trovare un apoggio ecclesiale e teologico. Per questo Teodoreto di Ciro nella sua corrispondenza di quell periodo parla spesso di approvazione della decisione do­gmatica e ecclesiastica da parte di Leone presa nei confronti del monofisitismo ed esplicata nel Tomos ad Flavianum. Argomentazione esibita, il modo nel quale Teodoreto prese quella decisione, danno la possibilità di capire chi era – per lui – il vescovo di Roma, quale era il suo posto specifico e privilegiato nella Chiesa, e anche quale era la missione del Succesore di Pietro secondo l’insegnamento del Signore.


Rev. Jerzy LACHOWICZ
L’AUTORITE D’EVEQUE DE ROME DANS L’ENSEIGNEMENT ET LA PRACTIQUE DE SAN GRÉGOIRE LE GRAND


En demandant de rôle d’évêque de Rome dans l’antiquité il serait bien se referer à l’œuvre d’auteur qui lui même exerçait cette mission et, en plus, il nous a lessait un témoignage suffisamment fort. Saint Grègoire le Grand (540-604) accomplit tres bien cette tache. Il forme un solide point culminante d’epoque patristique, en même temps il est un intermédiaire specifique entre l’antiquité chretienne et Moyen Âge. L’autorité d’évêque de Rome, selon notre auteur résulte de commandement de même Christ et de le rôle de saint Pierre, le premier évêque de la „Ville Eternelle”. Cette autorité, généralement pas contesté, il a été perçu de différentes maniéres, selon la region geografique, les traditions particulieres, finallement aussi selon la fonction et même le caractère des personnages, avec les quelles saint Grégoire a tenu des relations. Si nous regardions a l’Est, nous rencontrons d’estime en face de l’évêque romaine, mais aussi des tentatives individualistes, specialement de la part de l’évêque constantinopolitain. Il ne manque pas des problems dans l’Occident, où à la vérité ce ne met pas en doute l’autorité de l’évêque de Rome, mais aussi il ne manque pas des questions disciplinaires jointes à sumission a cette autorité. La même chose concerne les relations avec des souverains, ceux de Constantinople et ceux des royaumes barbares. Dans la lumiere de la literature analisée, nous decouvrons une verité partiellement belle, parce que elle nous informe de l’estime envers l’évêque de Rome, partiellement triste, parce que nous rencontrons des questions dificiles. C’est la verité de temps de la naissance d’un monde nouveau, le Moyen Âge. Saint Grègoire le Grand est un temoin éminent de ce procesus.


Rev. Janusz LEWANDOWICZ
LE PALLIUM DANS LA CORRESPONDANCE DE GREGOIRE LE GRAND


L’article présente une courte histoire du pallium, le commencement de son usage dans l’Église occidentale, ainsi que ses plus anciennes représentations iconographiques. Ensuite, on passe à l’application du pallium par le pape Grégoire le Grand, qui en a fait l’instrument de la politique intérieure et extérieure de l’Église. Il a attribué le pallium pas seulement aux évêques de l’Italie, mais aussi à ceux de la Gaulle, l’Angleterre et à ceux de certaines provinces de l’Église à l’Est. Grégoire a souligné que le pallium n’a pu être attribué qu’à la suite de grands mérites. On présente aussi la procédure liée à la privation ou à la perte du pallium. L’article présente aussi la manière d’utiliser le pallium en accord avec sa symbolique et tradition dans Église aux temps de Grégoire le Grand. Dans cette époque le pallium représentait surtout la dignité ecclésiastique et non pas celle laïque. Les restrictions prises par Grégoire concernant la façon d’utiliser le pallium ont causé qu’il est devenu le vêtement liturgique soulignant une dignité exceptionnelle d’une personne qui le portait. Pour cette raison, une telle personne devait se caractériser par une grande honnêteté de son comportement.


Bazyli DEGÓRSKI O.S.P.P.E.
VESCOVI DI ROMA NEL PRATUM SPIRITUALE DI GIOVANNI MOSCO


Giovanni Mosco, nel Pratum spirituale, menziona direttamente i tre vescovi di Roma: san Pietro Apostolo, san Leone Magno e san Gregorio Magno. San Pietro, però, viene men­zionato soltanto occasionalmente e mai direttamente. Nel presente articolo, perciò, egli non viene trattato separatamente, ma solo quando è menzionato nei capitoli che presentano san Leone Magno o san Gregorio Magno. Conformemente alla nomenclatura che si è sviluppata nel primo periodo patristico, la parola „papa” non era riservata soltanto al vescovo di Roma, ma veniva utilizzata anche da altri vescovi, ad esempio: da quelli di Alessandria. Giovanni Mosco tratta di san Leone Magno fornendo un particolare riguardante la composizione del Tomus ad Flavianum, secondo il quale san Leone, dopo aver scritto il To­mus, volendo essere certo che la dottrina cristologica in esso contenuta fosse ortodossa, si rivolse al suo predecessore sulla cattedra vescovile di Roma, cioè a san Pietro Apostolo, chiedendo a lui di correggere eventuali errori che avesse potuto commettere. Passati quaranta giorni di penitenza e preghiera, san Pietro Apostolo apparve a san Leone assicurandolo della correzione del Tomus. Si vede qui una chiara persuasione di Giovanni Mosco, se non proprio del primato di Leone in quanto vescovo di Roma, del primato di san Pietro Apostolo di cui san Leone è il successore e della cui peculiare protezione gode. Perciò, secondo Giovanni Mosco, i vescovi di Roma, essendo uomini, possono commettere e commettono errori, ma, ciò nonostante, la loro dottrina è ortodossa, perché tutelata da san Pietro. Il secondo brano da noi analizzato, e riguardante san Leone Magno, racconta un so­gno di Teodoro, il sincello di Eulogio, patriarca di Alessandria. San Leone è descritto come „un uomo alto, di aspetto venerabile”, che si presenta come „il patriarca di Roma” e chiede di essere annunciato al patriarca Eulogio. Teodoro, quindi, lo annuncia a Eulogio nel seguente modo: „Il santissimo e beatissimo patriarca Leone, capo della Chiesa di Roma”. Il sincello, perciò, colloca i due vescovi sullo stesso livello di dignità: Leone non è il capo della Chiesa universale, ma soltanto della „Chiesa di Roma”. Anzi, il vescovo di Roma arriva al vescovo di Alessandria per „rendergli omaggio”. San Leone viene per ringraziare Eulogio per la di­fesa del Tomus ad Flavianum. Tale difesa della fede calcedonese, infatti, fece sì che Eulogio piacesse non soltanto a Leone, bensì anche „a Pietro, principe degli apostoli, e soprattutto alla verità che noi predichiamo, Cristo nostro Dio”. Questo testo, ancora una volta, dimostra il ruolo importante di san Leone e della sua lettera a Flaviano per l’elaborazione del dogma cristologico. Per quanto riguarda, invece, lo stesso primato di san Leone in quanto vescovo di Roma, esso si esprime conformemente al periodo patristico in cui fui stilato: nel testo, infatti, vediamo due vescovi-patriarchi del tutto uguali nella loro dignità, perfetti sovrani che si ri­spettano reciprocamente e che sono capi autonomi delle Chiese locali a loro affidate. Il terzo e ultimo testo di Giovanni Mosco che si occupa di san Leone Magno descrive un fatto avvenuto subito dopo l’istituzione dell’abba Amos a patriarca di Gerusalemme (con molta probabilità nel 594): durante un omaggio fatto ad Amos per questa occasione dai mo­naci della sua giurisdizione, il patriarca confessò che quello che gli faceva più paura era il peso delle ordinazioni, perché „il beato Leone, capo della Chiesa di Roma, rimase quaranta giorni a digiunare e a pregare con insistenza presso la tomba dell’apostolo Pietro, chiedendo­gli di intercedere per lui presso Dio perché perdonasse le sue trasgressioni. Al compimento dei quaranta giorni gli apparve l’apostolo Pietro, che gli disse: «Ho pregato per te. Le tue colpe ti sono state tutte perdonate , tranne quelle relative alle ordinazioni. Solo di questo ti sarà chiesto conto: se avrai ordinato bene o no»”. San Leone Magno, citato dal patriarca Amos come esempio, viene presentato non come il capo della Chiesa universale, bensì come „il capo della Chiesa di Roma”. Tuttavia, il fatto stesso che san Leone funga da paradigma indica la posizione esemplare e peculiare del vescovo di Roma rispetto a tutta la gerarchia della Chiesa. In quanto uomo fallibile, san Leone prega san Pietro per la remissione delle proprie trasgressioni e ció gli viene concesso. Leone dovrà soltanto rendere conto se avrà ordinato bene o no. In tutto questo si vede, senza dubbio, una grande preoccupazione della conservazione della tradizione apostolica, della successione apostolica nella Chiesa. Anche san Leone, in quanto vescovo di Roma e successore di san Pietro, ha il suo sostegno della retta fede e del ministero apostolico nella persona dello stesso Principe degli Apostoli e del Primo Discepolo di Cristo. O lo stesso san Pietro, il cui sepolcro si trova a Roma, ad interes­sarsi direttamente del suo successore sulla cattedra vescovile dell’Urbe. Passando ai brani di Giovanni Mosco riguardanti san Gregorio Magno, constatiamo che nel primo testo, che relaziona un racconto del monaco Giovanni il Persiano, san Gregorio é chiamato „il Grande Gregorio, il beatissimo vescovo di Roma”. Giovanni il Persiano co­nobbe san Gregorio quando si recò in pellegrinaggio a Roma. Il Persiano loda l’umiltà, la misericordia e la carità di Gregorio. Infatti, egli per primo si inchina profondamente, fino a terra, davanti a Giovanni e, dato che anche quest’ultimo si prostra davanti a Gregorio, non si alza finché il Persiano non lo fa per primo. Inoltre, san Gregorio anche dà al monaco Giovanni tre monete d’oro, ordinando che gli si dia un mantello e ogni cosa che gli possa servire. Tutto ciò testimonia una grande misericordia e carità in Gregorio. Il secondo e ultimo testo riguardante san Gregorio Magno parla di lui come del papa della città di Roma. L’aggiunta „di Roma” dimostra che l’appellativo „papa” non viene an­cora riservato strettamente al vescovo di Roma. L’autore di questo testo si serve qui del rac­conto di un certo presbitero Pietro, „che veniva da Roma”. Da questi, infatti, veniamo a sa­pere che san Gregorio „diventato papa, fondò un grande monastero per uomini, dando ad esso la regola che nessun monaco possedesse nulla, neppure uno spicciolo”. Si tratta qui, con molta probabilità, del monastero sul Monte Celio, ove attualmente si trova la chiesa di sant’Andrea con la comunità dei monaci camaldolesi. Il testo testimonia che san Gregorio, diventato papa, „fondò un grande monastero per uomini”. Questa notizia non esclude, però, la possibilità che si poteva trattare non del primo monastero, ma di uno dei monasteri fondati da Gregorio. Inoltre, neppure la notizia secondo la quale san Gregorio diede a questi monaci una regola, dimostra che essa fu scritta proprio da lui. Infatti, egli poteva dare a quei monaci una regola già esistente, non scritta necessariamente da lui stesso. La detta norma della regola fu trasgredita da uno dei giovani monaci del monastero che ebbe conservato presso di sé del denaro regalatogli. La notizia circa questa trasgressione fu riferita al priore del monastero, il quale andò a riferire l’accaduto „al santo papa” Gregorio. Il santo scomunicb il monaco, il quale, poco tempo dopo, morì. San Gregorio scrisse allora una preghiera di esorcismo che avrebbe dovuto liberare il monaco morto dalla scomunica. Letta questa preghiera dall’arcidiacono sulla tomba del monaco, „quella notte stessa il priore vide in sogno il giovane defunto”, il quale gli comunicò che fino al giorno prima si era trovato „in prigione” e non poteva essere liberato. Il testo parla di una „prigione” nella quale veniva tenuto dopo la morte quel monaco infedele. Non si tratta, perciò, né del cielo, né dell’inferno, perché da quest’ultimo non vi è alcun scampo. Potremmo allora, conformemente all’attuale nomenclatura cattolica, chiamare questa „prigione” proprio „il purgatorio”, ossia uno stato intermedio in cui i morti si purifi­cano prima di entrare in cielo. Furono, quindi, le preghiere della Chiesa, scritte inoltre e ordi­nate dal vescovo di Roma, a fare sì che quel monaco infedele fosse „liberato dalla scomunica e la sua anima sciolta dalla condanna”. Questo testo è più interessante ancora perché si trova nella patrologia bizantina, anche se il suo autore, come egli stesso ci assicura, ce lo tramanda basandosi sulla testimonianza del presbitero Pietro, il quale vive e opera nell’ambiente della cultura occidentale.


Bo¿ena IWASZKIEWICZ-WRONIKOWSKA
THE ELDEST PRESENTATION OF ST. PETER APOSTLE AND PROBLEM OF PAPAL PRIMACY


The article, which is contained with two parts, treats of the eldest iconography of St. Peter in relation to papal primacy. The author of this article reliances on this iconography and proves that this primacy concerned not only St. Peter but also St. Paul because both of them were founders of Roman Church.


Jadwiga Ambrozja KALINOWSKA OSB
DAS PAPSTTUM IM LEBEN UND IM LITERARISCHEN WERK DES STANISLAUS HOSIUS


Der Bischof und ermländische Kardinal Stanislaus Hosius stützte seine intellektuelle und geistliche Bildung, sowie die in seinem literarischen Werk enthaltene oberhirtliche Lehre stark auf die Tradition der Kirchenväter und die antiken christlichen Schriftsteller, weil er seine Zeiten als ganz ähnlich zu den ersten christlichen Jahrhunderten ansah. Von den Kir­chenvätern gefiel ihm am besten der hl. Augustinus, den er als Vorbild betrachtete und Fürst der Theologie nannte (princeps ille theologorum). Dieser Artikel gründet sich auf Quellenmaterial und besteht aus drei Teilen. Im ersten wird in einem allgemeinen Abriss die patrologische Erudition unseres Autors und seine Liebe zur frühen Tradition der Kirche gezeigt. Im zweiten werden die allgemeinen Grundlagen der Reformation Martin Luthers vorgestellt, mit der Hervorhebung der negativen Beziehungen zum Apostolischen Stuhl. Hier werden auch die Aussagen der Protestanten an Hosius er­wähnt. Im dritten Teil wird in einem allgemeinen Abriss die Doktrin von Stanislaus Hosius über das Papsttum gezeigt, besonders der Primat des hl. Petrus als notwendige Bedingung der Einheit der Kirche Christi.